
EPISODI – 10 settembre 2025
I MIEI VICINI
NON MI CONOSCEVANO.
E VIVEVANO BENISSIMO.
La prima volta che ho visto il mio vicino di casa, ero vestita.
Lui no.
È andata così.
Era uno dei primissimi sopralluoghi nel nuovo appartamento: io, l’architetta, il responsabile della ditta edile e quel senso di euforia che solo le demolizioni riescono a regalare.
Dovevamo verificare lo spessore della parete che separava la mia abitazione da quella accanto. Una prova tecnica, così dicevano. Io avevo solo capito che andava fatto un buco: piccolo, in basso, giusto per “controllare la struttura”.
Martello, scalpello e pochi colpi decisi.
Osservavo fiduciosa, come se stessi assistendo ad un documentario sull’arte del restauro.
Nessun dramma, nessun polverone: tutto sembrava sotto controllo.
Fino a quando il capocantiere si è bloccato, ha guardato dentro al foro e, con voce neutra, ha detto:
– Fermi tutti. Qui non c’è l’intercapedine.
– Che c’è?
– C’è….uno.
Mi sono avvicinata con la stessa cautela con cui si sbircia dietro una tenda in un film horror, e sì, era tutto vero: vapore, doccia, playlist urlata, una schiena maschile e una serenità che è durata giusto il tempo di sentire tre sconosciuti bussare dal muro.
Ci siamo congelati.
Silenzio.
Tranne Vasco, ovviamente, che continuava a cantare “Siamo solo noi” come se niente fosse.
La mia vita, in quel momento, era diventata un episodio di Casa Vianello diretto da Quentin Tarantino.
Due secondi dopo, il campanello: il vicino, evidentemente non svenuto, era già alla porta.
Io, che affronto sempre la vita con coraggio, ho sussurrato:
– Se chiede della proprietaria, dite che non ci sono.
Il capocantiere è andato ad aprire e si è trovato davanti un uomo in accappatoio, coi capelli bagnati e l’espressione di chi non ha ancora capito se siamo ladri, partecipanti ad una ristrutturazione su Real Time o influencer in cerca di contenuti virali.
Con la compostezza di un portavoce durante una conferenza stampa di crisi, gli ha detto:
– Provvederemo al più presto a sistemare il danno.
Pausa.
– Il danno – ha aggiunto, come per assicurarsi di averlo identificato correttamente.
Era sabato e per due giorni ho vissuto così: col cartone che fissava me e io che evitavo di fissare lui.
E ho capito che i muri parlano, soprattutto quando li sfondi mentre qualcuno si sta sciacquando i capelli.
Poi la vita è tornata a scorrere con la sua normale routine da condominio romano.
Non avevo più avuto notizie dell’uomo della doccia, non sapevo nemmeno se lo avessi mai davvero incontrato: magari sì, magari ci eravamo pure incrociati mille volte in ascensore, sulle scale o nell’androne, ma senza saperlo perché no, il volto non l’avevo mai visto.
Una sera, mentre contemplavo un frigorifero desolatamente vuoto, ho deciso di ordinare del sushi su Deliveroo.
Seguivo la posizione dell’omino sull’app, con la stessa attenzione di chi monitora un aereo presidenziale in atterraggio.
Quando è arrivato sotto casa, il citofono ha suonato:
– Ciao, sono il rider!
Io, euforica, gli ho indicato scala e piano, e poi ho aperto la porta di casa, pronta ad accoglierlo come si fa con l’ultimo vestito in saldo, nella tua taglia e nel tuo colore.
Si è aperto l’ascensore ed è uscito un ragazzo con un borsone.
Senza esitare mi sono avvicinata e con l’entusiasmo da serata giapponese, ho esclamato:
– Ciao! Sessantadue.
(Perché, lo sappiamo tutti, su Deliveroo devi comunicare il codice come se fosse un’operazione bancaria).
E lui, sorridendo:
– Mi dispiace deluderti ma sono il tuo vicino, questa è la mia sacca della palestra. Il ragazzo delle consegne sta salendo adesso.
…Ah.
Ho sorriso.
E con una grazia impeccabile, gli ho chiuso la porta in faccia.
Con i miei vicini di casa è stato sempre molto teatrale.
Qualche anno fa, per esempio, abitavo sempre nella Capitale ma nel quartiere San Saba, in un palazzo tranquillo, se escludiamo il fatto che ogni nucleo familiare sembrava estratto a sorte da un mappamondo: io, una famiglia araba, una tedesca e, all’ultimo piano, una nuova coppia di romani appena trasferiti.
Era un lunedì mattina, il mio primo giorno di lavoro in una nuova azienda e alle 6:45 ero già in piedi: doccia, trucco, capelli bagnati e motivazione a mille.
Tutto sembrava procedere secondo i piani, finché non ho acceso il phon.
Uno scoppio, una scintilla, quell’inconfondibile odore di plastica bruciata e poi l’oblio. Nessuna possibilità di rianimarlo.
Panico, sguardo nel vuoto. Finché, senza pensarci troppo, sono uscita in accappatoio, ho salito le scale con la stessa rapidità con cui Kim Kardashian scappa da una foto non autorizzata e ho bussato alla porta dei nuovi arrivati.
Mi ha aperto lui, assonnato, e con lo sguardo di chi ancora sta cercando la cucina da almeno venti minuti.
Io, con il sorriso zen dei casi disperati, ho recitato tutto d’un fiato:
– Buongiorno, scusi l’ora, sono la vicina del piano di sotto. Oggi è il mio primo giorno di lavoro e l’asciugacapelli ha deciso di morire. Ne avete uno da prestarmi? Anche brutto va bene.
Mi ha fissata due secondi e ha detto solo:
– Aspetti.
È tornato con l’unico oggetto in grado di salvare il mio debutto lavorativo e me l’ha consegnato con la solennità di chi porge una torcia olimpica.
E io sono uscita di casa puntuale, con la piega perfetta.
E una nuova reputazione condominiale da gestire.
